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Amministratori infami e celebri ballonisti

Settimo appuntamento della rubrica: si inizia con un monumento nascosto invece che con una strada. Ma la tradizione viene ripresa con vico Palla, dalla cui denominazione capiremo l'amore dei genovesi per il ballone ben prima dell'avvento di Genoa e Sampdoria

Nervi - Colonna Infame - fonte www.repubblica.it

Eugenio Ruocco
La settima tappa del nostro viaggio toponomastico tra le strade di Genova inizia con un’eccezione. Non una via, ma un tesoro nascosto sulle alture di Nervi. Prendendo via del Commercio, e costeggiando il torrente Nervi, fino ai laghetti, si incontra, al centro del corso d’acqua, una curiosa costruzione. Si tratta di una “colonna infame”, assai meno famosa e più recente di quella che troneggia in piazza Vacchero (di cui in futuro ci occuperemo). La colonna risale alla seconda metà dell’Ottocento, quando Nervi era comune autonomo, e fu fatta erigere da tale Cevasco Bacicotto, proprietario di un mulino nella zona. A causa di interessi privati del sindaco di allora, Gioanin Sessarego (che amministrò Nervi dal 1874 al 1877), il corso d’acqua che alimentava il mulino venne deviato, rovinando economicamente la famiglia Bacicotto. Cevasco, in preda alla collera, pose a ricordo dell’ingiustizia ricevuta la colonna: alta 9 metri, porta in rilievo sulla cima i volti demoniaci dei tre responsabili del furto d’acqua. Oltre al sindaco, sono scolpite le truci fattezze di Baciccin Ratti e Luigi Croce, secondo Bacicotto complici nel crimine perpetrato. Il monumento reca incisioni su entrambi i lati, in cui, appunto, si sottolinea più volte l’infamia dell’amministrazione nerviese. Torniamo in centro. Perpendicolare a via del Molo, vico Palla cela aneddoti interessanti. Secondo Amedeo Pescio, storica penna del Secolo XIX, nel vicolo si riunivano prima e dopo le partite i giocatori di pallone. Il gioco della palla a Genova godeva di grande popolarità secoli prima dell’avvento di Genoa e Sampdoria: si trattava di una sorta di pallamano, dove la sfera veniva colpita dai giocatori mediante un bracciale di legno. La palla, rivestita di cuoio, era provvista di una camera d’aria gonfiata con una canna di metallo. Il regolamento era piuttosto chiaro: bisognava passarsela tra compagni senza mai cederla all’avversario e senza farla cadere a terra. Così si otteneva un punto, e la vittoria andava alla squadra che raggiungeva per prima quota 4. Non c’era la moviola, ma la correttezza dell’incontro veniva garantita da un arbitro, detto marcatore. Questo sport era piuttosto diffuso nel nord Italia, e a Genova i campi da gioco non mancavano: ce ne erano ad Albaro e nei pressi dell’Ospedale Pammatone. Il più grande e famoso (e caro, a detta di Michelangelo Dolcino: prezzi da tribuna d’onore!), però, era quello dell’Acquasola: lungo 100 passi e largo 10, vi si sfidarono nel 1782 la squadra di Genova (che contava su due assi quali Antonio Gambaro e Ottone di Portoria) e una compagine in trasferta da Milano, guidata dal decano Antonio Marinone. In uno “stadio” affollatissimo si giocò l’emozionante partita, che vide sconfitti i genovesi pesantemente. Scoppiarono mille polemiche (corsi e ricorsi storici…), addirittura c’era chi accusò i giocatori di essersi venduti. Ma nel 1785, durante la visita a Genova dei reali di Napoli Ferdinando IV (che amava e praticava l’arte del pallone, allenato da Marinone) e Maria Carolina, il team di ballonisti (così venivano chiamati i giocatori di palla) genovesi rifilò una sonora batosta ai milanesi nell’ambito della rivincita. Pare che il re Ferdinando, tra l’altro, avesse scommesso una notevole somma di denaro sulla vittoria dei milanesi, mentre la consorte aveva puntato su Genova.        
Genova, 19 febbraio 2011
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