Presentato a Palazzo Ducale, in un Salone del Maggior Consiglio gremito, il nuovo numero della rivista di geopolitica Limes, dal titolo “Il Grande Tzunami”, incentrato sulle rivolte nordafricane. A condurre Lucio Caracciolo, fondatore e direttore della rivista, e Karim Mezran, direttore del Centro Studi Americani di Roma.
Si respira forte interesse per un tema delicato e che in qualche modo tocca il nostro paese da molto vicino; il discorso va subito al dunque: quanto è successo e continua a succedere in Nord Africa è un vero e proprio tsunami, che unisce politica, economia, rivendicazioni generazionali, storia e futuro. Dopo la cacciata di Ben Alì e Mubarak, e con la Libia in fiamme e sotto le bombe occidentali, la regione del sud del Mediterraneo sembra essere arrivata ad una fase di stallo. La vera svolta sarebbe un allargamento delle rivolte anche in altri paesi arabi, soprattutto in Arabia Saudita, paese politicamente cristallizzato in un regime rigidissimo. In questo modo, l’onda di cambiamento diventerebbe una vera e propria rivoluzione, andando a toccare il cuore duro della cultura araba del dominio centrale statale; oltre, ovviamente, a mandare in tilt il panorama mondiale petrolifero.
Da questa prospettiva, è facile decodificare quindi il fulmineo e sottotaciuto intervento saudita in Bahrain, considerato punto debole del firmamento petrolifero arabo sunnita, vista la maggioranza sciita su questo territorio. Una rivolta in Bahrain, creerebbe un precedente, un modello per tutti i popoli della penisola araba, in altre parole, accenderebbe la candela nel fienile.
A fronte di una preoccupata reazione araba, abbiamo assistito ad un iniziale immobilismo muto dell’Europa. In particolare in Italia viviamo un paradosso: di fronte a movimenti che puntavano alla libertà, finalizzati al sogno di una democrazia, noi ci siamo spaventati; siamo spaventati da esagerate potenziali masse di profughi, dimostrando una certa intolleranza ai cambiamenti, mascherata da preoccupazione umanitaria. Sembra, quindi, che quasi soffriamo il cambiamento nord africano. Con questo atteggiamento però ci stiamo escludendo dai futuri assetti della regione, dalla fiducia di quelle popolazioni, dalla possibilità di dialogo. “L’Italia è incredibilmente sola nel suo Mediterraneo”, risolve il direttore di Limes.
Caracciolo, dopo questo quadro più generale, passa la parola a Karim Mezran, per ampliare il discorso sulla situazione libica. Fino a pochi mesi fa, l’occidente pensava che Gheddafi fosse la sicurezza per la stabilità della regione: non era assolutamente prevedibile la vicenda di questi giorni. La Libia è divisa in tre regioni, con forti soggettività territoriali e culturali: Cirenaica, Tripolitania, e il Fezzan. L’unione è frutto della colonizzazione italiana del 1911, esattamente 100 anni fa. Un secolo non è bastato a far sì che queste aree diventassero una vera ed unica nazione coesa.
Oggi ci troviamo di fronte ad una guerra, per ora, a bassa intensità, ma con una risoluzione non facilmente prevedibile. In questi giorni alcuni paesi stanno effettuando raid aerei, impugnando la risoluzione ONU 1973: sono guidati dalla Francia di Sarkozy, che prova ad utilizzare questo scenario come rilancio per il suo governo. Un scelta forse molto personale, al di là dei vari interessi economici.
I francesi da subito si sono schierati con i ribelli: la situazione tunisina li ha spiazzati, in Egitto non hanno influenza, e quindi la Libia era ed è il luogo giusto al momento giusto. “La spinta è stata il riflesso umanitario, la scusa, la pistola fumante – riflette Mezran – bisognava fermare il macellaio, Gheddafi. Nei fatti è la prima volta che gli americani seguono i francesi, forse la crisi della superpotenza militare USA è vera e profonda”. Nei fatti non esiste più l’Alleanza Occidentale: ognuno va per conto suo. Gli Usa non hanno più la leadership, mentre i tedeschi, certo prossimi ad elezioni, non potevano mettersi sotto la guida di Parigi.
E l’Italia? Il nostro paese era l’alleato storico di Gheddafi, sia economico che politico. Per capire la dimensione di questa intesa basta pensare al ruolo libico in Fiat, in grandi banche, come Unicredit, e di riflesso il ruolo di Eni in Libia. La nostra prima reazione ai fatti di Bengasi, infatti, è stata quella di frenare la guerra. “Quando i francesi sono partiti, però, ci siamo aggiunti: come al solito si pensa che la guerra possa essere breve, e che è meglio sedersi al tavolo per prendere le briciole”. Sicuramente un retaggio tipicamente italiano. “Quindi sono state concesse basi italiane di supporto – elenca sarcasticamente Caracciolo - otto aerei a sparacchiare, o sorvolare, non si sa”.
“La Libia di Gheddafi si basava su tre pilastri: – spiega Karim – il primo era la ricchezza di risorse, distribuita a discrezione del leader; una volta terminato l’embargo, però, la qualità della vita era in una fase di forte e generalizzato miglioramento. Secondo: apparato di controllo fedele, controllato e omnipresente.Terza colonna erano le tribù libiche. Gheddafi per quattro decenni è riuscito a gestire le competizioni delle tribù ad uso e consumo del potere di Tripoli”.
Cosa è successo allora? “La situazione sembrava abbastanza stabile. Seguendo l’onda tunisina ed egiziana, Al Jazeera e Al Arabya ha dato voce a fatti forse inventati dalla opposizione – sostiene il professore – amplificandoli a dismisura”. Quindi dopo le prima manifestazioni alcuni capi locali messi al potere da Gheddafi hanno subito cambiato bandiera. Dopo pochissimi giorni la Francia ha dichiarato Gheddafi criminale di guerra, grazie all’immobilità diplomatica europea e italiana in particolare; l’arrivo di istruttori franco inglesi per i ribelli hanno fatto degenerare il tutto.
Cosa succederà? “Vittoria dei ribelli? Improbabile. Difesa dei ribelli, auspicabile. Sbarco occidentale: difficile”. Il peggio però sarebbe la terza ipotesi: “Dopo un po’ se ne andranno gli occidentali, lasciando il paese diviso in due, con un conflitto aperto”.
Strategicamente Gheddafi ha spostato molte truppe a Sud, nel Fezzan, regione che per essere controllata necessita dell’invio di ingenti truppe, cosa difficile e politicamente impresentabile “In quella regione ci sono pozzi e deserto: un’ottima via di fuga. Con il controllo della Tripolitania e del Fezzan, Gheddafi può campare anni. La vittoria di una delle due parti, quindi, è difficile, la palla è nelle mani degli occidentali. “In tutti i casi l’Italia ha perso credibilità nei confronti di tutti: ribelli, Gheddafi e mondo intero”
Con questa amara considerazione, si chiude la presentazione della rivista, lasciando spazio al dibattito: molte sono le domande da parte del pubblico, approfondite e puntuali, alle quali seguono risposte molto stimolanti: il mondo arabo-saudita odia Gheddafi, ma teme allargamento rivolte; i ribelli libici non hanno alcuna preparazione politica, visto che il dibattito interno non è mai esistito; e poi il ruolo dei vari attori geopolitici, come Israele, unico paese veramente uscito perdente da questi eventi, poiché interessato allo status quo che lo garantiva come unica democrazia nella regione. Teme di non essere più l’unicum, il fortino occidentale da difendere e promuovere. La Russia? “Uno dei grandi vincitori, senza aver mosso un dito. Tanto più dura la crisi, tanto più vendono gas…”. Pechino? “Preoccupata perché teme un possibile contagio, e i giovani cinesi sono un po’ di più…” senza dimenticare che “la Cina importa energia, quindi questa situazione comporta più soldi per la fame energetica”. L’aneddoto: “In 48 ore evacuati 30 mila cinesi dalla regione… un ottimo esempio di efficienza”.
Tante sono le questioni rimaste inevase, ma questo presentazione ha lasciato il segno, proponendo chiavi di lettura diverse, approfondite e consapevoli. Limes si conferma un riferimento editoriale di primissimo ordine per capire i grandi movimenti del mondo, mondo in cui siamo immersi fino al collo.
Limes presenta "Il Grande Tsunami"
Libia, Francia e la solitudine italiana
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Presentato a Palazzo Ducale il nuovo numero della rivista di geopolitica Limes, dal titolo “Il Grande Tzunami”, incentrato sulle rivolte nordafricane. A condurre Lucio Caracciolo, fondatore e direttore della rivista, e Karim Mezran, direttore del Centro Studi Americani di Roma.

Nicola Giordanella
Genova, 24 marzo 2011
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