Le sentenze d’appello per i fatti della Diaz e di Bolzaneto sono un documento straordinario per i contenuti che veicolano e per la gravità dei fatti che esse descrivono: «Sono fondamentali perché certificano una serie di inadempienze gravissime dello Stato», questo afferma Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, intervenuto a Genova nell’ambito del Decennale G8, introdotto dall’assessore Andrea Ranieri. Doveva esserci anche il neo 83enne don Andrea Gallo, ma all’ultimo arriva il forfait: nulla di preoccupante, va detto, ma il dottore gli ha ordinato un po’ di riposo.
La conferenza, tenutasi in una sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale piena come di consueto, ha permesso una riflessione sul testo che motiva le recenti sentenze di appello per i due processi nati dalle violenze seguite all’irruzione delle forze di polizia nei locali delle scuole Diaz dove dormivano gli attivisti, i relativi arresti e le torture perpetuate dal personale militare e medico presso la caserma di Bolzaneto, dove i manifestanti fermati erano stati tradotti.
«Questi documenti – ha spiegato il giurista – riconoscono e evidenziano tre fatti: la premeditata e studiata azione delle forze di ordine pubblico, finalizzata a ristabilire una supremazia dei corpi armati, la violenza sistematica, ingiustificata e pianificata con cui questa azione è stata portata avanti, e il tentativo diffuso, ripetuto e concordato di falsificare i fatti, anche di fronte alla magistratura, organo dello stesso stato di cui sono emanazione». Le parole della sentenza sono chiare ed inequivocabili, e da uomo dello stato come è, Onida non può mancare di leggere queste come il riconoscimento di una macchia disonorevole per delle istituzioni come le forze dell’ordine. «I tutori dell’ordine trasformati in picchiatori - cita testualmente dalla sentenza – che durante le udienze non hanno fatto intendere nemmeno una voce di rammarico o un pensiero per le vittime delle violenze”.
La macelleria messicana, attuata alla Diaz, con pestaggi di persone inermi, arresti e detenzioni illegali, mistificazione dei fatti, le torture e le vessazioni di Bolzaneto, ripetute, odiose e interminabili: gli agenti hanno agito «come una banda di criminali, non come una polizia di uno stato democratico». Le torture perpetuate non è stato possibile qualificarle come tali perché in Italia non è previsto questo reato, nonostante gli impegni internazionali sottoscritti: «Lo Stato Italiano è stato gravemente inadempiente su più livelli, poiché a seguito di questi fatti riconosciuti da sentenze ufficiali, emesse da un potere dello stato stesso, non ha reagito – continua il presidente della Corte Costituzionale – sia a livello politicom sia a livello amministrativo: nessuno ha colmato questi incredibili vuoti giuridici e, anzi, i responsabili di questi crimini sono stati in qualche modo sottratti alla legge». Le accuse ai vertici della polizia sono scritte, nero su bianco. Per sempre.
La reazione politica non c’è stata: sentenze di questa portata sono cadute nel vuoto più totale, in dieci anni nulla è stato fatto per far si che certe cose non vengano ripetute. «Deve essere questo, oggi, il ruolo delle istituzioni – aggiunge Andrea Ranieri – che devono impegnarsi da un lato ad affrontare i temi preziosi che il popolo dei movimenti aveva provato ad esporre, mentre dall’altro devono essere portati avanti procedimenti legislativi che riconoscano che certi limiti non devono essere superati, mai».
Una sfumatura positiva sono proprio queste sentenze: «Se c’è un po’ di luce è anche merito dei magistrati, dei legali e di tutti coloro che in questi anni – conclude l’assessore – hanno portato avanti questa lavoro di verità, nonostante tutto».
Gli interrogativi che i drammatici Fatti di Genova continuano a suscitare sono molteplici, profondi, sistemici e difficilmente possono trovare una risposta univoca e immediatamente riconoscibile. Il ricordo, però, può e deve essere un presidio per la civiltà, la nostra come quella futura; certi valori non possono subire più le violenze e le menzogne a cui abbiamo assistito dieci anni fa, e che ancora oggi vediamo palesarsi sotto diverse sembianze, magari più sottili e mascherate, ma non meno pericolose. Genova riparte da qui.
La conferenza, tenutasi in una sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale piena come di consueto, ha permesso una riflessione sul testo che motiva le recenti sentenze di appello per i due processi nati dalle violenze seguite all’irruzione delle forze di polizia nei locali delle scuole Diaz dove dormivano gli attivisti, i relativi arresti e le torture perpetuate dal personale militare e medico presso la caserma di Bolzaneto, dove i manifestanti fermati erano stati tradotti.
«Questi documenti – ha spiegato il giurista – riconoscono e evidenziano tre fatti: la premeditata e studiata azione delle forze di ordine pubblico, finalizzata a ristabilire una supremazia dei corpi armati, la violenza sistematica, ingiustificata e pianificata con cui questa azione è stata portata avanti, e il tentativo diffuso, ripetuto e concordato di falsificare i fatti, anche di fronte alla magistratura, organo dello stesso stato di cui sono emanazione». Le parole della sentenza sono chiare ed inequivocabili, e da uomo dello stato come è, Onida non può mancare di leggere queste come il riconoscimento di una macchia disonorevole per delle istituzioni come le forze dell’ordine. «I tutori dell’ordine trasformati in picchiatori - cita testualmente dalla sentenza – che durante le udienze non hanno fatto intendere nemmeno una voce di rammarico o un pensiero per le vittime delle violenze”.
La macelleria messicana, attuata alla Diaz, con pestaggi di persone inermi, arresti e detenzioni illegali, mistificazione dei fatti, le torture e le vessazioni di Bolzaneto, ripetute, odiose e interminabili: gli agenti hanno agito «come una banda di criminali, non come una polizia di uno stato democratico». Le torture perpetuate non è stato possibile qualificarle come tali perché in Italia non è previsto questo reato, nonostante gli impegni internazionali sottoscritti: «Lo Stato Italiano è stato gravemente inadempiente su più livelli, poiché a seguito di questi fatti riconosciuti da sentenze ufficiali, emesse da un potere dello stato stesso, non ha reagito – continua il presidente della Corte Costituzionale – sia a livello politicom sia a livello amministrativo: nessuno ha colmato questi incredibili vuoti giuridici e, anzi, i responsabili di questi crimini sono stati in qualche modo sottratti alla legge». Le accuse ai vertici della polizia sono scritte, nero su bianco. Per sempre.
La reazione politica non c’è stata: sentenze di questa portata sono cadute nel vuoto più totale, in dieci anni nulla è stato fatto per far si che certe cose non vengano ripetute. «Deve essere questo, oggi, il ruolo delle istituzioni – aggiunge Andrea Ranieri – che devono impegnarsi da un lato ad affrontare i temi preziosi che il popolo dei movimenti aveva provato ad esporre, mentre dall’altro devono essere portati avanti procedimenti legislativi che riconoscano che certi limiti non devono essere superati, mai».
Una sfumatura positiva sono proprio queste sentenze: «Se c’è un po’ di luce è anche merito dei magistrati, dei legali e di tutti coloro che in questi anni – conclude l’assessore – hanno portato avanti questa lavoro di verità, nonostante tutto».
Gli interrogativi che i drammatici Fatti di Genova continuano a suscitare sono molteplici, profondi, sistemici e difficilmente possono trovare una risposta univoca e immediatamente riconoscibile. Il ricordo, però, può e deve essere un presidio per la civiltà, la nostra come quella futura; certi valori non possono subire più le violenze e le menzogne a cui abbiamo assistito dieci anni fa, e che ancora oggi vediamo palesarsi sotto diverse sembianze, magari più sottili e mascherate, ma non meno pericolose. Genova riparte da qui.






