0commenti  
Gerardo Capaldo, autore del libro "Karibu" risponde alle domande di Vivere Genova

Siamo abituati ad immaginare l'Africa come selvaggia, colorata, mitica, o ancora disastrata, crudele e violenta. Gerardo Capaldo, fisioterapista genovese, nel libro Karibu, racconta un' Africa "normale", quotidiana, dove grande valore è dato all'importanza dei rapporti interpersonali

Karibu - Foto di Gerardo Capaldo

Eugenio Ruocco
L’Africa. L’Africa dai mille colori, l’Africa di Karen Blixen. L’Africa dei safari di Hemingway, l’Africa distrutta, l’Africa che soffre la fame e la miseria. Gerardo Capaldo, fisioterapista genovese, ha viaggiato nel “continente nero” passando per Burundi, Tanzania, Kenya, Marocco e Tunisia nell’ambito di alcuni progetti di cooperazione internazionale. Capaldo, 44 anni e una figlia di 15 mesi, ha deciso di raccontare la sua esperienza in un libro, Karibu – Quattro passi tra l’Africa e i miei neuroni. Dal libro – peraltro corredato da pregevoli scatti - viene fuori un’Africa sconosciuta a noi occidentali, un Paese normale, che vive alla giornata in modo dignitoso e in cui i rapporti interpersonali e l’ospitalità verso lo straniero rivestono un ruolo di rilievo nella vita sociale. Abbiamo molto da imparare. Karibu, per la cronaca, è il saluto che ricevi quando arrivi in casa d’altri. Ecco cosa ha risposto Capaldo alle domande di Vivere Genova.   Conosci molto bene l’Africa. Cosa ti hanno insegnato le tue esperienze nel cosiddetto “terzo mondo”? Ho partecipato a diversi progetti di cooperazione internazionale, in Burundi, in Romania (con il giornalista Mino Damato) e più recentemente in Tanzania.  Lo schema del libro Karibu  è il racconto del diario di viaggio di quest’ultima esperienza ma con numerosi riferimenti a precedenti viaggi, compresi tra l’altro Kenya, Marocco, Tunisia. Lo scopo della permanenza in Tanzania era quello di formare del personale locale che fosse di supporto all’unica fisioterapista presente nel Centro per bambini motulesi di Mlali, un piccolo villaggio posto all’interno del Paese. Come tutte le esperienze di volontariato la sensazione che se ne ricava è di ricevere di più di quello che si dà: e così è stato anche questa volta nonostante l’impegno, la fatica, le ferie “rubate” alla famiglia e i costi economici, tutti a carico del gruppo di volontari. Tuttavia nel libro non ho voluto porre l’accento sull’aspetto emotivo che il lavorare in un centro per bambini disabili africani poteva facilmente evocare, anche perché non amo il pietismo, il turbamento indotto a fini solidaristici e chi si commuove solo davanti al dolore manifesto. Ti faccio un esempio: lo scorso novembre alcune foto che ho scattato in occasione del viaggio sono state esposte al Palazzo Ducale in concomitanza con il Premio Chatwin 2010. Mi trovavo in sala e una signora commentava con enfasi alla sua amica un mio scatto in cui un uomo è ritratto dietro delle sbarre. “E’ certamente una prigione” spiegava, “che sguardo intenso, che dolore, che sofferenza…” “E’ il guardiano delle vacche e quella è la stalla, signora” le dissi spiegandole che ero l’autore della foto. La delusione sul suo volto fu evidente: io persi un’ammiratrice ma almeno avevo la consapevolezza che lo sguardo fiero di uno stalliere era quello di un uomo libero. Anche se si trattava comunque di una libertà condizionata da un  luogo che difficilmente ti dà possibilità di scegliere liberamente il tuo futuro. Ecco, forse è questa una considerazione che mi porto dentro: non esiste vera libertà se vivi in un luogo che non ti dà prospettive e non ti fa neanche immaginare che esistano”.   “A mia figlia Maya, il cui sguardo ritrovo in tutti i bambini del mondo, affinché sappia che il suo papà ha dato un piccolo contributo nel cercare di offrirle un mondo migliore” si legge all'inizio del libro. Hai scritto il libro per “educare” tua figlia? “Ho una bambina di 15 mesi. Passerà del tempo prima che legga il mio libro. Con “Karibu” ho voluto lanciarle un “messaggio in bottiglia” che spero raccoglierà quando avrà i mezzi per capire le esperienze vissute dal suo papà. Oggi più di ieri e temo domani più di oggi, sento che abbiamo il dovere di formare gli uomini e le donne del futuro alla consapevolezza che il mondo è ricco di diversità. Non vedo superiorità culturali o teologiche ma tanti aspetti dello sviluppo umano che fanno della nostra specie l’apice della piramide evolutiva di questo mondo. Un gatto, un pollo, una scimmia sono sempre gli stessi sia che ti trovi in Europa, in Africa o un qualsiasi altro continente. L’uomo, pur nella sua identità di specie, è riuscito a sviluppare una tale ricchezza di modelli culturali che solo una regressione del pensiero umano può negare o disprezzare ed oggi che le società sembrano avvolgersi su se stesse arroccandosi in posizioni di difesa è importante testimoniare i benefici di un’apertura al mondo”.   Dal libro traspare la tua attenzione ai rapporti interpersonali. Quanto contano in Africa? Questo è proprio uno di quegli aspetti che più colpiscono noi abitanti del “Primo mondo” quando veniamo catapultati nel “Terzo mondo”, temine coniato da un economista, ovviamente europeo. La capacità di relazione tra le persone sembra inversamente proporzionale al benessere economico, almeno fino ad un certo punto. Una società rurale come quella di Mlali dove ho soggiornato, povera senza essere miserabile, è capace di insegnarci il valore del rapporto umano, dell’accoglienza dello straniero e della compartecipazione alla vita. A Mlali è impossibile sentirsi soli e questo, a mio modo di vedere, la dice lunga  sulla nostra arretratezza relazionale. Quando ho raccontato che nel mio Paese succede che ogni tanto muore qualcuno e nessuno se ne accorge fino a quando non si sente la puzza del cadavere mi hanno guardato come fossi un marziano. Da compatire”.   Nel libro descrivi un’Africa in modo lucido e, se mi consenti, "distaccato". Come mai questa scelta di raccontare un'Africa "normale", quotidiana? “Chi di noi non è stato attratto almeno una volta da quel grande continente che è l’Africa? Sarà perché è stata la culla dell’umanità, sarà perché ci è stata raccontata come selvaggia e misteriosa, sarà perché luogo di avventure e tragedie. L’Africa ci è spesso descritta nelle sue massime espressioni di dolore o di bellezza. Carestie, massacri, epidemie, selvagge savane, animali leggendari, musiche e colori ci sono stati offerti sotto forma di reportage, film e documentari. Ma, al di là di questo, il grande continente conserva anche una sua dimensione di normalità, mai banale, che è possibile apprezzare solo trascorrendo lentamente un po’ di tempo in quei luoghi. Dopo l’iniziale schiaffo emotivo che ti coglie appena sbarcato, abbacinato dalla moltitudine di persone, dai colori, gli odori e i contrasti, se hai il tempo e la voglia puoi scoprire un’Africa diversa che forse non attirerà i reporter del National Geographic ma certamente sarà vera nella sua semplicità”.   In che modo la tua professione ha influenzato le tematiche del libro e la scelta del modo di raccontare la storia? “La mia professione influenza il mio modo di vedere l’esistenza, figuriamoci se non lo fa anche durante la scrittura di un libro. Avere lo scopo di restituire l’autonomia alle persone mi fa entrare in contatto con storie personali  da cui ne traggo quotidianamente lezioni di vita. Ma oltre l’empatia che un professionista sanitario deve attivare nei confronti del paziente c’è una base razionale fondata sulla scienza che è il fondamento della scelta terapeutica. E’ per questo che nel libro sono inserite delle spiegazioni e dei flash medico scientifici che penso possano incuriosire anche i non addetti ai lavori”.   
Genova, 19 febbraio 2011
Viveregenova è supplemento di Comune di Genova Web
periodico quotidiano web iscritto a Registro Stampa al N.26/2011
presso Il Tribunale di Genova con Decreto del 22/11/2011
Direttore responsabile Cesare Torre
Caporedattore Alessandra Ramagli