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4 febbraio 1834 - Garibaldi clandestino a Genova

Con una condanna a morte sulla testa, il giovane Garibaldi entra di nascosto a Genova per partecipare ad una rivolta contro lo stato sabaudo. La scoperta del flop e la fuga verso l'America Latina

4 febbraio 1834 - Garibaldi clandestino a Genova

Eugenio Ruocco
Parte oggi la rubrica RiVivere il Risorgimento e la data scelta per il lancio non è casuale. Il 4 febbraio 1834, infatti, un ventisettenne Giuseppe Garibaldi fece la sua comparsa a Genova sotto mentite spoglie. È bene procedere con ordine. Garibaldi nasce, e per certi sensi rimane, un marinaio, anche se prestato ad azioni di condottiero : “Dove la linea dell’orizzonte separa il mare dal cielo – era solito dire – si trova la libertà”. Nel 1833 nasce in lui la passione per la politica sociale, favorita dall’incontro con alcuni seguaci di Saint-Simon a bordo del brigantino Clorinda salpato da Marsiglia. In uno dei suoi viaggi per mare nel bacino mediterraneo orientale, durante il soggiorno in una locanda di Taganrog, sul Mar d’Azov, viene in contatto con un iscritto alla Giovine Italia – forse Giambattista Cuneo - che lo introduce nell’associazione mazziniana e alla dottrina unitaria. La voglia di conoscere Giuseppe Mazzini è tanta, e Garibaldi torna a Marsiglia per incontrare il fondatore della Giovine Italia, che lo convince ad arruolarsi, il 26 dicembre 1833 a Genova, nella marina militare sarda. Imbarcatosi, col nome di battaglia di Cleombroto, sulla fregata Des Geneys, la sua volontà è quella di partecipare all’agitazione che sarebbe dovuta scoppiare a Genova il 4 febbraio 1834, in concomitanza con i moti organizzati in Savoia. Nel giorno fatidico, si allontana – senza licenza, si legge sui bollettini di bordo della Des Geneys – dalla fregata per compiere un veloce sopralluogo in Piazza Sarzano, dove è in programma poche ore dopo un raid alla Caserma dei Carabinieri. Scrive nel suo diario:    “Certo non provò Colombo maggior contento alla scoperta d’ un mondo di quello che provavo io nel trovare chi s’occupasse della redenzione italiana e mi tuffai interamente in quell'elemento che sentivo essere il mio, ed in Genova il 4 febbraio 1834, io uscivo dalla Porta della Lanterna alle 7 pom., vestito da contadino e proscritto”.   Tutto tace, tutto è troppo tranquillo. Garibaldi non si fida, e prima di tornare sulla nave e prepararsi all’attacco con i compagni patrioti, compra la Gazzetta di Genova, e questa è la sua fortuna. Legge in un articolo:   “Da più mesi il Governo di S. M. sapeva che la propaganda rivoluzionaria ordiva un repentino assalto in Savoia, e che i fuorusciti polacchi riparati nel Cantone di Berna dovevano pigliarvi parte, con buon numero di profughi italiani recatisi a tal fine in Svizzera. Sapeva essersi radunati nei Cantoni di Vaud e di Ginevra alcune migliaia di schioppi, e fatte provvigioni di divise e di suppellettili militari. Ebbe certo anche notizia che l'invasione stata procrastinata più volte, ma che era stata definitivamente fissata per il giorno 27 gennaio; che i fuoriusciti italiani con i loro ausiliari dovevano convenire in Vevey per sbarcare sulle coste del Chiablese, e per tale scopo si erano già noleggiate molte barche; che i polacchi avevano lasciato il Cantone di Berna il 26. Il Governatore di Savoia avvisò subito in modo di premunirsi per questa folle e colpevole aggressione; infatti, i polacchi si trovarono sulla sponda svizzera del Lago al giorno prefissato, ma i loro compagni, appreso che erano state prese delle energiche misure dalla parte savoiarda, non solo ricusarono di imbarcarsi, ma negarono di consegnare ai polacchi le armi del deposito fatto in Vevey e di permettere loro l'imbarco sui navicelli noleggiati. Allora questi marciarono su Nyon, dove s'imbarcarono; ma invece di venire a riva sulle sponde del Chiablese, approdarono sul territorio ginevrino a due miglia dal confine della Savoia. Il governo cantonale, informato della cosa, aveva fatto prender le armi alle milizie, ed il 1° febbraio corrente il sindaco della guardia notificò al Comandante di Saint-Julien l'arresto ed il disarmo di quella masnada di circa 300 uomini, che aveva pigliato terra alle falde di Bellerive presso Ginevra”   Non ci vuole molto a fare due più due: se è fallita la rivolta in Savoia, perché il Governo sa, non è il caso di procedere a Genova, dove sicuramente l’esercito sarà stato senza dubbio allertato. Meglio fuggire, d’intesa con i compagni, a Marsiglia (vi arriva il 15 febbraio), dove, sempre tramite la Gazzetta di Genova, apprenderà la sua condanna a morte in contumacia il 3 giugno. Inizia così la sua vita di ricercato, esule in Sudamerica.
Genova, 3 febbraio 2011
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